La storia della Macedonia, passata e presente, la si può attraversare percorrendo un fazzoletto di terra nel centro di Skopje. Partendo dall’Arco di Trionfo rimesso a lucido, si fiancheggia, sulla destra, la casa di Madre Teresa e si arriva nella piazza principale, Macedonia Square. Qui, da due anni, campeggia maestosa, dall’alto dei suoi ventidue metri, la statua in bronzo di Alessandro Magno a cavallo. I greci si irritano per l’appropriazione indebita, i serbi si sentono umiliati perché il cavallo di Mihailo Obrenović a Belgrado è molto più piccolo, soltanto undici metri. La storia della Macedonia la si può attraversare pure passeggiando sul ponte di pietra, il Ponte delle Civiltà, sopra il fiume Vardar, con lo skyline intasato di palazzi e le statue bronzee e marmoree degli eroi e delle icone di un passato glorioso nel quale i macedoni si identificano. C’è l’imperatore Giustiniano, ci sono i santi Cirillo e Metodio, inventori dell’alfabeto cirillico. C’è lo zar bulgaro Samuele: i bulgari sorridono e protestano anche loro per l’appropriazione indebita. C’è lo zar serbo Dušan: la minoranza di albanesi lo ha sempre considerato un tiranno essendo stati costretti alla fede ortodossa. Il centro di Skopje oggi è così, un parco monumentale con i nuovissimi edifici per accogliere ministeri e parlamento, musei restaurati, una fortezza rifatta sulle rovine di quella ottomana. C’è il passato da risvegliare, c’è quello da rimuovere, c’è quello da interpretare e sono tanti i fantasmi e le ceneri da cui la Macedonia vuole liberarsi: il regime comunista, il terremoto del 1963, l’impero ottomano.
La città sembra comunque risorta e dentro questi cambiamenti il teatro e la scena teatrale giocano un ruolo importante. Skopje e la Macedonia hanno di nuovo il loro Teatro Nazionale ricostruito anch’esso sulle macerie del terremoto. Inaugurato nel giugno scorso, l’opera monumentale e colossale rende conto di un progetto di cambiamento che fa leva sulla cultura, testimonia il nuovo cammino intrapreso dai macedoni, spinge una strategia di comunicazione e di persuasione che colpisce l’immaginario della gente. Sculture di marmo con i padri fondatori del teatro macedone (Jordan Hadzi Konstantinov-Dzinot, Vojdan Cernodrinski, Vasil Iljoski, Anton Panov e Risto Krle) sono collocate sui tetti e davanti agli ingressi.
Due sale, la piccola da duecentocinquanta posti e la grande da settecento posti con un palcoscenico segmentato in tante piattaforme modulari e mobili manovrate da computer e programmi di ultima generazione. All’interno moquette e poltroncine, rosse come da tradizione, lampadari di vetro prezioso e decorazioni sulle volte. Tantissimo oro luccicante in un mix di neoclassico e barocco che Eternal House stordisce. Lusso che stride non poco con la crisi e la febbre dell’Europa. Un teatro che guarda ai teatri imperiali e ai teatri d’opera, che avvicina Skopje a Mosca e a Londra. «Ora è il tempo giusto per una svolta estetica – ha dichiarato il giorno dell’inaugurazione il direttore artistico e regista Dejan Proikovski che insieme a Dejan Lilic, general manager ed eccellente attore, è alla guida del nuovo Teatro Nazionale Macedone – il tempo giusto per voltare pagina con la creazione di un nuovo linguaggio della scena. È il tempo giusto per costruire la nostra identità teatrale, forte e autentica».

Tra Brecht e il post-moderno

L’«identità forte e autentica» di cui parla Proikovski è plasticamente rappresentata in Eternal House, lo spettacolo andato in scena subito dopo la cerimonia d’apertura del teatro. È il racconto avvincente su una casa, la Macedonia, da cui entrano ed escono continuamente la Storia e le tante sue storie.
In un cast di ottanta attori e acrobati toccano vette di straordinaria grazia e bravura giovani attrici come Iskra Veterova, Darja Rizova e Dragana Kostadinovska capaci di entrare in sintonia con i sentimenti e i sogni dei macedoni. La protagonista, Stella Benveniste, ebrea già deportata nel campo di sterminio di Auschwitz, ogni giorno mette dei bigliettini sul Muro del Pianto a Gerusalemme perché desidera tornare nella sua secolare casa di famiglia. A ottantatré anni il desiderio si avvera. Quando torna a Skopje, si ritrova nel vortice della storia, nel vortice della memoria personale e collettiva piena di fantasmi.
La mano con cui il giovane Proikovski dirige lo spettacolo è sicura e leggera, una regia che ben si amalgama con la densità e la varietà di registri del testo scritto da Jordan Plevnes, tra i drammaturghi macedoni il più noto insieme a Goran Stepanovski e Dejan Dukovski. Tra siparietti brechtiani e tentazioni postmoderne, Proikovski e Plevnes hanno guidato gli spettatori lungo un percorso di consapevolezza delle loro radici e del loro futuro, tenendoli sospesi fra rivendicazioni di autonomia e affermazione di un nuovo possibile statuto identitario. L’eternità, il futuro, le radici sono i fili che intrecciano identità e storia.
Il pubblico ha seguito lo spettacolo in un silenzio che sapeva di devozione, si è identificato con quelle storie, applaudendo a lungo e alzandosi in piedi. Il flusso delle emozioni e delle vicende seguiva sincronicamente il dinamismo della scena (disegnata da Valentin Svetozarev), con i suoi movimenti in alto e in basso, davanti e dietro, per ogni lato e direzione. Al netto degli eccessi di propaganda nazionalista e della difficile convivenza con le minoranze albanesi, turche e serbe, il teatro in Macedonia sta diventando il focolare attorno al quale si ritrova la comunità, con le sue passioni e le sue contraddizioni.

In cerca di finanziamenti

Il Teatro Nazionale si propone come avamposto culturale per il Sud Est Europa e per l’intera area adriatica. In Macedonia c’è una scena artistica vitale più che mai le cui punte più avanzate sono i registi Aleksandar Popovski (1969) che abbiamo visto all’opera a Lecce, Udine e Roma e l’ancor più giovane Ivan Popovski. In Macedonia sono considerati “indipendenti” ma all’estero lavorano con i teatri di Stato, sempre molto attivi nei Balcani, in Germania e Russia. Un dinamismo alimentato dalla presenza degli altri teatri nazionali a Bitola e Veles, quello albanese e quello turco e del Festival Mot che ospita il meglio della ricerca teatrale internazionale. C’è il lavoro sotterraneo di gruppi e artisti indipendenti come il Wonderland di Nela Vitosevic, il Mal Dramski Teatar di Sofija Ristevska, il Sub Produkcija di Dimce Nikolovski, il teatro radicale di Martin Kochovski e la crew di Fabrika, l’ultima a comparire sulle scene di Skopje. E sono tanti gli studenti che si diplomano alla Facoltà di Arte Drammatica: il nostro giovane Luca Cortina di Prato si è diplomato qui in regia e vive da anni a Skopje, ora sta lavorando con le diverse etnie e cerca di aprire un canale di comunicazione fra il pianeta dei gruppi indipendenti e la cultura di Stato. «Ne moze», dice con non poco veleno: «non si può». Ne è convinta anche Marija Zafirova, producer e fondatrice di Theatra. «Siamo strangolati – dice – fra finanziamenti nazionali che non ci danno e la difficoltà di trovare sponsor privati. La mia visione è fondata sulla passione e sulla ricerca di nuove idee che possano cambiare il teatro e le persone attraverso modi empatici e creativi di comunicazione». Vitale è pure la scena musicale (il jazz di Toni Kitanovski, l’etno-jazz dei Foltin) e quella letteraria con una “ciurma” di scrittori documentata da Anastasija Gjurcinova su Crocevia 15/16 (Besa Editrice): ci sono giovani come Goce Smilevski (La sorella di Freud pubblicato da Guanda) e meno giovani come Dragi Mihajlovski, Alexandar Prokopiev, Ermis Lafazanovski, Olivera Kjorveziroska, varcano frontiere e collezionano premi. Appena trecento chilometri in linea d’aria separano la costa orientale italiana da Skopje, una distanza breve che dovrebbe agevolare quegli incontri e quelle relazioni che oggi sono ancora poche e rare, ostacolate dalla pigrizia mentale e dall’autoreferenzialità di operatori e istituzioni italiane.